Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presenta The colour is bright the beauty is generous, la prima grande retrospettiva dell’artista taiwanese Michael Lin. La mostra – in corso dal 17 ottobre 2010 al 13 febbraio 2011 – è curata da Marco Bazzini, Direttore artistico del Centro Pecci, e Felix Schöber, in collaborazione con l’Atelier di architetti giapponesi Bow Wow.

Le sale del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci ancora una volta diventano luogo di sperimentazione per un nuovo approccio alla fruizione dell’arte contemporanea, quello che ha promosso nel mondo l’artista taiwanese Michael Lin, indiscusso rappresentante della scena artistica a partire dagli anni Novanta.

La mostra di Michael Lin è molto particolare: si può scegliere una selezione di musica distesi sui tappeti togliendosi le scarpe e rilassandosi, o sedere sui bellissimi divani, provare ad osservare una strana composizione pittorica sdraiati su un tatami… o immergersi in una maestosa distesa di fiori… passare del tempo a contatto con la bellezza e con il colore è sicuramente un’esperienza divertene e gratificante.

Creato dal versatile ed autentico artista giapponese Michael Lin, Formosa evoca il nome affidato dai marinai portoghesi del 16° secolo all’isola di Taiwan. Il delicato e attraente stile unisce l’estetica pop con la tradizione pittorica di Tawaing. A seguito di questa tradizione, ci sono voluti tre anni di lavoro meticoloso per riprodurre l’uso sottile di colore sulla lana che è caratteristica di Lin, che si specializza nel trasformare grandi spazi, il freddo e insipido in campi luminosi organici di sfumature intense. Il tipo di nodo utilizzato per la fabbricazione di questo tappeto presente nel catalogo dei tappeti moderni di Nanimarquina rende il la densità dei nodi il 40% più alta e, di conseguenza, ha peso maggiore e migliore qualità.

Un’ iniziativa particolarmente utile e interessante per scoprire più da vicino i lavori dell’artista taiwanese, celebre per i suoi grandi dipinti floreali a parete e su pavimento ma anche per la sua concezione di arte come esperienza di spazi al cui centro si trova lo spettatore, una concezione che lo ha portato a definire per le sale del museo un allestimento che evoca un’abitazione costituita da varie stanze (un salotto, una stanza da tè, una biblioteca, una sala da gioco eccetera) nelle quali il visitatore può interagire.

Viene riproposta la sua personale dal titolo “Interior” presso la galleria IT Park, dove Lin ha lavorato anche come barista. Lin ha trasferito nella galleria alcuni oggetti della sua casa privata, tappeti e un lettore CD, e ha invitato i visitatori a sedersi a rilassarsi: “Gentilmente si tolga le scarpe prima di accomodarsi sul tappeto. Scelga liberamente dalla collezione di musica.”

Sempre in questa sala le prime appropriazioni di ornamenti tessili trovati nel suo ambiente privato. In occasione della mostra “Complementary” presso la Fondazione Dimensions a Taipei presentò delle tele dipinte con le decorazioni dei suoi cuscini.

Il lavoro per Moroso è anche una delle sue opere più politiche e di denuncia sociale. Lin ha creato un pavimento ispirato a un tappeto afgano, i cui motivi ornamentali sono formati da una serie di carri armati, bombe a mano e mitragliatrici, a cui ha contrapposto i divani della collezione Moroso rivestiti con gli sgargianti motivi floreali di Taiwan. L’effetto è quello di un salone dominato da simboli di guerra, che rende visibile l’assuefazione alla violenza e alla guerra sia sui campi di battaglia sia nei nostri salotti.

Nella stessa sala la serie “Island Life” . (2006) con cui lo spettatore si può confrontare con la vexata quaestio della relazione tra potere politico e cultura. Tutti i quadri ricreano oggetti della casa e della vita privata di Michael Lin: tappeti del Tibet e dello Xinjiang, che mostrano evidenti influssi cinesi, come anche un documento di viaggio rilasciato all’artista – come ad ogni altro cittadino di Taiwan – dalla Repubblica Popolare Cinese in sostituzione del passaporto R.O.C., non riconosciuto da Pechino. Pur giocando con le questioni del dominio e della subalternità politica e culturale, l’artista si limita all’osservazione lasciando all’immaginazione la molteplicità di pratiche relative a questi oggetti.

Questo articolo è stato inserito Saturday 6 November 2010 alle 5:48 am.
Argomento: Musei.

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